Come trovare una web agency che non ti freghi: occhio a questi campanelli d’allarme

Scegliere una web agency adatta per la propria azienda può diventare un’impresa ardua: optare non solo per una soluzione in grado di portare risultati, ma che sia in grado anche di farli durare nel tempo. Soprattutto in ambito SEO occorre fare molta attenzione: esistono infatti agenzie che potrebbero far “arrabbiare” Google con pratiche poco trasparenti o poco regolamentari. Queste tecniche, definite in gergo come black-hat (cappello nero, come quello dei pirati!), possono portare risultati eccellenti in termini di ranking nei primi mesi. Se però Google dovesse accorgersi di queste scorciatoie illegali, penalizzerebbe in maniera pesante e immediata i siti che ne fanno uso.

Negli USA, per esempio, la J. C. Penney – catena di grandi magazzini texana – era la prima a comparire tra i risultati del motore di ricerca, per numerose parole chiave di interesse (bagagli, vestiti, etc.) inerenti al suo settore di interesse. Questo accadeva nel 2011: nel giro di un mese, però, l’azienda è stata completamente cancellata da Google, perché l’agenzia che si occupava delle tecniche SEO aveva utilizzato pratiche black-hat.

La società si è difesa, dichiarando che non era a conoscenza delle pratiche messe in atto: ci sono voluti comunque parecchi mesi prima che il motore di ricerca decidesse di re-inserirli, con un notevole dispendio in termini di visibilità e affidabilità.

Proprio per evitare questo genere di inconvenienti, Forbes ha stilato una lista di 3 campanelli d’allarme che ci aiutano a smascherare gli hacker. A compilare l’elenco, Ryan Wilson esperto di digital marketing e membro dello Young Entrepreneur Council (YEC), organizzazione che raccoglie imprenditori under-40 di successo da tutto il mondo.

Prima pagina assicurata

Garantire la prima pagina nelle ricerche per tutte le parole chiave di nostro interesse è, perlomeno, un tantino esagerato e disonesto: è praticamente impossibile riuscirci, almeno nel breve periodo e senza un congruo investimento da parte del committente. Banalmente, è abbastanza semplice essere tra i primi risultati con il proprio nome aziendale, a meno che non sia un nome troppo comune (ad esempio, un’azienda che scegliesse di chiamarsi Italia). Essere primi per la parola chiave ‘dentista’ o ‘scarpe da calcio’, diventa decisamente più complesso e laborioso, dal momento che la competizione è molto elevata.

Esperti SEO che promettono un ranking da prima pagina veloce e a livello nazionale per questi termini generici, probabilmente utilizzano dei trucchi.

Troppo bello per essere vero

Un’altra tecnica semplice per smascherare le web agency da black-hat è fare attenzione ai prezzi: “Probabilmente tutti noi abbiamo ricevuto”, scrive Wilson, “e-mail non richieste con offerte da 99$ per un’analisi SEO completa del nostro sito web e una strategia mensile a seguire”. Bisogna essere sempre un po’ scettici dei risultati miracolosi a basso costo: possono essere allettanti, ma è meglio resistere alla tentazione e scegliere professionisti che garantiscano l’impegno e il tempo necessari per una strategia di indicizzazione mirata ed efficace.

È un segreto!

In genere, le pratiche SEO più efficaci sono più o meno conosciute: anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo dato qualche indicazione, in base alle novità dell’algoritmo di Google e ai pareri degli esperti. “Se hai tempo da investire, puoi imparare da solo tutto ciò di cui hai bisogno leggendo guide e informazioni online. Se quindi una web agency non può o non vuole dirti come programmano il miglioramento del tuo ranking sta probabilmente nascondendo qualcosa”.

Per essere sicuri al 100% di evitare questo tipo di web agency, Wilson consiglia di rivolgersi a un esperto SEO terzo (come si fa coi medici!) e di iscriversi al Google Webmaster Tool per ricevere eventuali notifiche su comportamenti e tecniche strane.

Se hai bisogno di una digital agency affidabile, puoi contattarci ai nostri recapiti (li trovi a questo link): studieremo insieme la strategia migliore per le tue esigenze.

(Photo Credit: U.S. Department of Agriculture on Flickr)

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